Il Guanciale di suino di Montalcino, chiamato tradizionalmente anche Gota di Montalcino, è uno di questi: un ingrediente autentico, che racconta una terra e il suo modo di intendere la cucina.
Il Guanciale di suino di Montalcino, chiamato tradizionalmente anche Gota di Montalcino, è uno di questi: un ingrediente autentico, che racconta una terra e il suo modo di intendere la cucina.
Nel panorama della ristorazione contemporanea, la qualità delle materie prime è un elemento essenziale. Il carrè di agnello scalzato con osso proveniente dalla Nuova Zelanda rappresenta una scelta che unisce affidabilità, gusto e una resa costante, caratteristiche sempre più ricercate da cuochi, ristoratori e appassionati di cucina.
Gli agnelli neozelandesi crescono nelle ampie praterie del Paese, alimentati esclusivamente ad erba. Questo tipo di allevamento, naturale e rispettoso dei ritmi dell’animale, garantisce una carne dal sapore pulito e definito, dalle fibre tenere e dalla succosa delicatezza. È una qualità che si percepisce non soltanto al palato, ma già in fase di lavorazione, dove il taglio si presenta ordinato, compatto e facile da gestire.
Il carrè è uno dei tagli più versatili e scenografici, adatto tanto alle cucine tradizionali quanto a quelle più contemporanee. Si presta a molteplici tecniche di cottura e permette presentazioni eleganti, perfette per menu stagionali, eventi, ricorrenze e per tutte quelle occasioni in cui si vuole portare a tavola un piatto capace di fare colpo senza complicare il lavoro in cucina.
Come valorizzare il carrè di agnello: consigli di cottura
La qualità della carne è un punto di partenza. La buona cottura è ciò che permette al taglio di esprimersi al meglio. Di seguito alcuni suggerimenti utili, apprezzati da chi lavora in cucina ogni giorno.
Portare la carne a temperatura ambiente
Estrarre il carrè dal frigorifero con anticipo, circa trenta o quaranta minuti prima della cottura, permette una diffusione uniforme del calore ed evita sbalzi termici che possono compromettere la tenerezza della carne.
Rosolare per creare struttura e aromaticità
Una breve rosolatura in padella, a calore deciso, permette di sigillare le fibre e formare una crosticina esterna che trattiene i succhi interni. È un passaggio fondamentale sia per la resa al palato sia per la presentazione al taglio.
Preferire una cottura dolce e controllata
Dopo la rosolatura, continuare in forno a una temperatura moderata, intorno ai 160°C. Questo metodo consente una cottura uniforme e una maggiore morbidezza delle fibre, evitando il rischio di asciugare il taglio.
Controllare la temperatura interna
Per un carrè rosato, ideale per valorizzare questa carne, la temperatura al cuore dovrebbe essere compresa tra 54° e 57 °C. Una cottura media si ottiene intorno ai 60-62 °C, mentre superare i 70 °C tende a rendere la carne più asciutta.
Lasciare riposare prima del servizio
Lasciar riposare la carne per cinque o dieci minuti, fuori dal forno e coperta leggermente, permette ai succhi di ridistribuirsi. Di conseguenza la carne diventa più tenera facilitando un taglio preciso.
Proposte primaverili: il carrè e gli asparagi
In primavera, gli asparagi rappresentano uno degli abbinamenti più naturali e raffinati per l’agnello. La loro presenza estetica, e il sapore minerale leggermente amarognolo si combina ai sapori della carne.
Una proposta classica consiste nel preparare il carrè in crosta di erbe aromatiche e accompagnarlo con semplici asparagi grigliati, conditi con un filo d’olio e una leggera nota di limone.
Un’alternativa altrettanto elegante è la cottura in padella seguita dal passaggio in forno, servita su una crema di asparagi liscia e brillante, perfetta come base del piatto.
Per chi preferisce la cottura alla brace o preferisce sapori più decisi, il carrè può essere marinato con vino bianco, origano e menta e cotto alla griglia, affiancato da asparagi a ferri o cotti a vapore.
Infine, una proposta dal tono più classico ma sempre efficace prevede il carrè al forno con patate novelle e asparagi saltati nel burro nocciola, per un risultato che unisce tradizione e modernità.

Agnello-carrè-con-asparagi-patate-pomodorini
Oggi vi presentiamo una ricetta genuina firmata Checco il Pastaio, artigiano che unisce tradizione e innovazione nella produzione di pasta fresca all’uovo di alta qualità. Lavorazione attenta, ingredienti selezionati e creatività rendono ogni formato un’esperienza capace di soddisfare anche i palati più esigenti.
Quadri di pasta fresca ripieni di erbette di campo con crema di bufala, cicorino ripassato e pomodorini confit
I Quadri di pasta ripieni di erbette di campo nascono dalla tradizione artigianale, unita alla ricerca di sapori autentici e contemporanei. È un piatto che racconta territorio, freschezza e identità: ideale per una carta che vuole distinguersi attraverso ingredienti scelti e preparazioni curate. Perfetto per dare risalto alla qualità della pasta fresca artigianale e offrire ai clienti un’esperienza che profuma di natura, tradizione e creatività.
Con l’arrivo dell’inverno cresce la voglia di piatti caldi, avvolgenti e profondamente legati alla tradizione. Nei menù di molti ristoranti italiani stanno così tornando alla ribalta i “tagli poveri”: muscolo, guancia, reale, punta di petto, ossobuco. Tagli un tempo considerati secondari che oggi, grazie alle tecniche moderne, diventano protagonisti di preparazioni intense e memorabili.
In un 2026 sempre più attento a sostenibilità, gusto autentico e razionalizzazione dei costi, queste carni rappresentano una scelta strategica per la ristorazione professionale.
Perché tornano di moda i “tagli poveri”?
Negli ultimi anni molti ristoratori hanno iniziato ad affiancare questi tagli a quelli più nobili, come filetto e controfiletto, per valorizzare parti spesso sottovalutate ma ricchissime di sapore e sorprendentemente versatili.
Le ragioni sono diverse, a partire da un food cost più vantaggioso senza rinunciare alla qualità. I tagli poveri, infatti, hanno un costo più contenuto e offrono un’ottima resa dopo lunghe cotture, permettendo di migliorare i margini pur mantenendo uno standard qualitativo elevato.
Sono inoltre perfetti per la stagione invernale: ideali per brasati, stufati, stracotti e bolliti, quei piatti caldi e confortanti che il cliente ricerca nei mesi più freddi. Non a caso, i tagli poveri sono profondamente legati alla tradizione regionale italiana: Veneto, Piemonte, Lombardia, Emilia e Toscana hanno costruito intere identità culinarie attorno a queste preparazioni.

Ossobuco-di-vitello-con-risotto-allo-zafferano
Le tecniche moderne che li esaltano
Grazie alla cottura sottovuoto a bassa temperatura, al controllo preciso delle temperature e alla rigenerazione professionale, questi tagli garantiscono qualità, resa, costanza e morbidezza. Tempistiche e temperature sono state studiate e collaudate nel tempo, affinate attraverso numerose prove sia con metodi tradizionali sia con tecnologie che migliorano i risultati e semplificano il lavoro degli chef.
I tagli più richiesti nei menù invernali 2026
Guancia di manzo: ricca di collagene, diventa morbida e setosa dopo 6–8 ore di cottura lenta. Ideale con vino rosso, purè cremosi, polenta e radicchio tardivo.
Muscolo bovino: protagonista dei grandi bolliti e dei ragù invernali. Perfetto per piatti di tradizione e per linee di pranzo ad alta rotazione.
Reale e cappello del prete: tagli veneti e piemontesi ideali per brasati eleganti, grazie alla buona marezzatura naturale. Perfetti per menù tipici.
Punta di petto o brisket: caratterizzata da un’ottima succulenza, si presta a preparazioni come pulled beef, terrine calde e cotture a bassa temperatura.
Coppa di suino, spalla e stinco: versatili, economici e di grande resa, si adattano sia a menù moderni sia a preparazioni classiche.
Vantaggi in cucina professionale
Facilità di porzionatura e servizio: la maggior parte dei tagli poveri può essere porzionata in anticipo e rigenerata senza perdere consistenza.
Zero sprechi: il collagene che si scioglie durante la cottura si trasforma in un fondo naturale ricco e brillante, ideale per salse e basi.
Perfetti per menù fissi e grandi numeri: una volta cotti e abbattuti, mantengono una qualità costante anche durante servizi ad alto flusso.
Alta soddisfazione del cliente: un brasato eseguito a regola d’arte comunica cura e tradizione, offrendo una vera soddisfazione per il palato anche con un costo della materia prima contenuto.
Come valorizzarli nel menù:
Per valorizzare i tagli poveri nel menù, ci sono alcuni accorgimenti semplici. Prima di tutto, è utile indicare la razza o la provenienza della carne, ad esempio “brasato di muscolo di bovino nazionale”, così il cliente percepisce subito qualità e attenzione.
Anche i contorni fanno la differenza. Polenta integrale, purè di patate al burro, radicchio di Treviso grigliato, carciofi stufati o cavolo nero seguono la stagionalità e completano il piatto con gusto e colore.
Le salse e le riduzioni, come fondo bruno, vino rosso o birra scura, arricchiscono il sapore e rendono il piatto più equilibrato.
Raccontare come è stato cucinato il piatto aggiunge valore. Dire che la punta di petto è stata cotta a bassa temperatura per otto ore o brasata lentamente in casseruola mostra cura e attenzione.
Infine, proporre porzioni più piccole o un menù degustazione aiuta i clienti a provare i tagli poveri meno conosciuti, trasformando ogni assaggio in una piccola scoperta.
Una tendenza che continuerà nel 2026
La riscoperta dei “tagli poveri” non è una moda passeggera. Risponde infatti a tre esigenze concrete del settore:
-
contenere i costi
-
valorizzare la tradizione italiana
-
proporre piatti di carattere, memorabili e coerenti con la stagione
Per l’inverno 2026, dare spazio a brasati, stufati e tagli storici significa offrire una cucina autentica e sostenibile: un equilibrio che i clienti apprezzano e che i ristoratori possono gestire con grande vantaggio, anche grazie all’intensità di sapore e profumo che queste preparazioni sanno esprimere.
Per ulteriori informazioni sui nostri prodotti sicuri e di qualità per la tua cucina, contattaci al numero 0422-752551: ti indicheremo il nostro agente di zona, oppure scrivi a marketing@icebergitalia.it. Saremo lieti di risponderti!
Il baccalà alla vicentina è uno dei piatti simbolo del Veneto, ricco di storia, tradizione e gusto. Preparato con lo stoccafisso norvegese delle isole Lofoten, pesce pregiato essiccato al vento e al sole artico, diventa una portata elegante e raffinata, adatta sia alla tavola quotidiana che alle grandi occasioni. La lunga cottura lenta, insieme a cipolle, latte, olio e acciughe, trasforma lo stoccafisso in un capolavoro di morbidezza e sapore.
La pesca nei mari del nord Europa
Conoscete già come nasce lo stoccafisso delle Lofoten? Il protagonista del baccalà alla vicentina è il Gadus morhua, il merluzzo nordico. Viene pescato nei mesi invernali nelle acque fredde e limpide che circondano le isole Lofoten. In questo arcipelago Norvegese famoso per la sua bellezza naturale il pesce raggiunge la sua massima qualità: carni sode e compatte, bianche e dal gusto delicato.
Una volta catturato, il merluzzo viene subito eviscerato, pulito e privato della testa. Non subisce alcuna salatura: la sua trasformazione in stoccafisso avviene grazie a un processo antico e naturale scoperto e immutato da secoli.
I pesci vengono appesi a grandi rastrelliere di legno, chiamate hjell, strutture di essiccazione a ridosso della costa. Qui vengono lasciati essiccare all’aria aperta per circa tre mesi.
Il clima delle isole Lofoten, con il freddo costante, il vento e le correnti marine, sono gli elementi chiave. Essi permettono un’essiccazione lenta e uniforme, senza l’uso di additivi o conservanti. Al termine del processo, il merluzzo perde circa il 70% del suo peso ma concentra tutto il suo sapore e la sua ricchezza nutritiva. Così nasce lo stoccafisso delle Lofoten, alimento prezioso e di lunga conservazione, che da secoli rappresenta un legame profondo tra la Norvegia e le cucine tradizionali italiane, in particolare quella veneta.
Ingredienti per dieci persone
-
1 kg di stoccafisso secco delle isole Lofoten (60/80)
-
500 g di cipolle bianche
-
5 filetti di acciuga sotto sale o sott’olio
-
mezzo litro di latte intero
-
mezzo bicchiere di olio extravergine d’oliva (più q.b. per condire)
-
50 g di grana Padano grattugiato
-
Farina bianca q.b.
-
Prezzemolo tritato q.b.
-
Sale e pepe q.b.
Preparazione
-
Ammollo e pulizia : ammollalo per almeno 3 giorni, cambiando l’acqua fredda ogni 6-8 ore. Dopo l’ammollo, sciacqua lo stoccafisso, rimuovi la pelle e le lische, quindi taglialo a tranci regolari ammollato per almeno 3 giorni.
-
Preparare il soffritto : affetta finemente le cipolle e falle stufare dolcemente in una padella con poco olio e mezzo bicchiere di acqua fredda. Aggiungi le acciughe e lascia che si sciolgano.
-
Infarinare e rosolare: pressa i tranci di stoccafisso nella farina e rosolali velocemente in padella con un filo d’olio evo.
-
Disporre in tegame: in una casseruola di coccio o alluminio dal fondo spesso, alterna strati di pesce con il soffritto di cipolla, aggiungendo un pizzico di prezzemolo e una spolverata di grana.
-
Condimento e cottura lenta: versa il latte e l’olio rimasto. Il liquido deve coprire il pesce quasi completamente. Aggiusta di sale e pepe.
-
Cottura: cuoci a fiamma bassissima per circa quattro ore, senza mai mescolare, ma muovendo solo la casseruola per evitare che si attacchi.
-
Servizio: servire ben caldo, con polenta gialla morbida o abbrustolita, l’accompagnamento perfetto. Inoltre puoi servirlo su delle fette di pane casereccio o delle fette di polenta cotta alla piastra.
In conclusione
Il Baccalà alla Vicentina non è solo una ricetta: è un patrimonio gastronomico che racconta secoli di storia, viaggi e scambi tra culture. Viene preparato con lo stoccafisso delle Lofoten e cotto con pazienza secondo la tradizione per portare in tavola un sapore autentico e inconfondibile.
Per i ristoratori, presentare questo piatto significa offrire ai propri clienti non solo una portata ricca e raffinata, ma anche un’esperienza che lega territorio, memoria e qualità. Oggi i turisti sono sempre più attenti a scoprire i sapori identitari delle regioni che visitano, e troveranno nel Baccalà alla Vicentina un’occasione unica per assaporare il Veneto in tutta la sua essenza.
Continuare a cucinarlo e valorizzarlo è un modo per custodire e tramandare una tradizione che, ancora oggi, rimane davvero un grande piatto da signori.

Stoccafisso-Ragno-60/80
Da Iceberg trovi oltre ad un’ampia selezione di pesce surgelato e fresco e anche lo stoccafisso secco: Stoccafisso 60/80
Questi prodotti ti permettono di sviluppare il tuo lavoro in cucina, mantenendo elevati standard di gusto e qualità.
Per maggiori informazioni, contattaci al numero 0422 752551 o scrivi a marketing@icebergitalia.it. Saremo lieti di risponderti.
Dicembre ci regala sapori autentici e ingredienti di stagione, perfetti per creare piatti ricchi di gusto e contrasti equilibrati. Questa ricetta unisce mare e terra in un abbinamento elegante e tipico della nostra regione: calamari alla piastra con radicchio di Treviso e pomodorini al timo. Un piatto semplice e buonissimo, perfetto per stupire i vostri clienti con un tocco gourmet.
Ingredienti per 10 persone
-
20 calamari da 10–14 cm (taglia C4)
-
2-3 cespi di radicchio di Treviso
-
10 pomodorini datterino
-
50 g di prezzemolo fresco
-
2 rametti di timo fresco
-
100 ml di olio extravergine d’oliva
-
Sale e pepe q.b.
-
30 ml di aceto balsamico
-
germogli di daikon per la decorazione
Preparazione
- Pulire i cespi di radicchio di Treviso, tagliarli in otto spicchi, sciacquarli e asciugarli con cura.
- Eliminare pelle, interiora e pennetta. Dalla parte più larga del cappuccio ricavare un anello. Incidere poi il corpo nel senso della lunghezza, ottenendo delle frange e lasciando intatta la parte stretta.
-
Incidere il corpo del calamaro nel senso della lunghezza e ricavare delle frange, lasciando intatta la parte più stretta.
- Scaldare una piastra con un filo d’olio e cuocere i calamari per pochi minuti, condendo con un pizzico di sale.
- In una padella antiaderente, saltare il radicchio con poco olio, sale e pepe finché non risulta morbido e leggermente caramellato.
- Inserire le frange di calamaro e un quarto di radicchio all’interno dell’anello ricavato in precedenza. Fissare con uno stecchino per mantenere la forma.
- Tagliare i pomodorini datterino a cubetti e condirli con olio extravergine e timo fresco.
Finitura del piatto
Disporre sul piatto delle frange di calamaro, adagiare sopra la composizione di calamari e radicchio grigliato, e completare con un cucchiaino di pomodoro fresco al timo.
Decorare con gocce di aceto balsamico, un filo d’olio extravergine d’oliva e qualche germoglio di daikon. Servire subito.
Consiglio dello Chef
Questo piatto si abbina perfettamente a un vino bianco secco e aromatico, come un Sauvignon o un Pinot Grigio del Veneto, che esaltano il sapore dolce-salino dei calamari e le note amarognole del radicchio.
Calamari C4 Patagonia

Ottimi calamari pescati con reti da traino in zona Fao 41 in Atlantico: ottimi per preparare antipasti, primi e secondi piatti.
Il prodotto va scongelato e pulito come il fresco; si possono fare ripieni con patate e olive, al sugo di pomodoro con capperi e melanzane o squisiti alla griglia. Inoltre, se preferite tagliarli sono golosi fritti e rimangono teneri e delicati. Si adattano a svariate preparazioni poichè il prodotto naturale può essere lavorato a piacere; considerate che serve una cottura delicata per apprezzare i CALAMARI
Per ulteriori informazioni sui nostri prodotti di qualità per la tua cucina, contattaci al numero 0422-752551 o scrivi a marketing@icebergitalia.it. Saremo lieti di risponderti!
Novembre è arrivato e nelle campagne venete, la tradizione vuole trasportarci in un clima caratterizzato da profumi intensi e tavole addobbate di piatti regionali che scaldano lo spirito.
Di sicuro uno dei piatti tradizionali più amati è senza dubbio l’anatra cotta allo spiedo sulla brace. Di solito viene servita con la polenta gialla a fette e un contorno di funghi chiodini fumanti. Una preparazione antica, che unisce il sapore deciso della carne all’affumicatura leggera e irresistibile della cottura lenta sul fuoco vivo.
L’anatra
Per questa preparazione la scelta dell’anatra è fondamentale. In Veneto di solito si usa l’anatra muta , detta anche “barbagianni”, una razza rustica con carne saporita e meno grassa rispetto all’anatra di Pechino. La sua carne compatta è ideale per una cottura lunga e lenta allo spiedo e mantiene un gusto intenso ed equilibrato. Importante è che l’anatra sia di medie dimensioni sui 2,5 kg così la cottura rimane uniforme e la carne non si asciuga.
La cottura allo spiedo
Prepariamo la carne che nel nostro caso sarà decongelata in frigo dal giorno prima. Insaporiamo la carne con un trito misto che abbiamo preparato con sale grosso pestato, pepe fresco, rosmarino e timo sminuzzati.
lo cospargiamo delicatamente all’interno e ungiamo le pareti massaggiandole con un velo di olio evo. Farciamo la pancia con delle foglie di alloro e dei rametti di rosmarino fresco e qualche foglia di salvia e se vi piace uno spicchio d’aglio schiacciati. Infine leghiamo le zampe con dello spago da cucina per mantenerla unita durante la cottura.
Di seguito infilziamo nello spiedo l’anatra o più anatre in base alle nostre esigenze. Quando la brace sarà ben calda ma non esagerata iniziamo la cottura sul nostro girarrosto che girerà lentamente. Indicativamente il tempo di cottura si aggira sulle due ore per una pezzatura sui 2,5 kg. La pelle deve diventare croccante, invece la carne dentro dovrà rimanere morbida e bella succosa. Durante la cottura mettiamo un contenitore per raccogliere i grassi e i succhi che colano mentre si arrostisce. Usiamo il grasso colato per ungerla con un pennello per mantenerla più idratata e morbida.
Prepariamo la polenta
Per tradizione cuociamo la polenta nella ricetta classica. Versiamo a pioggia la farina di mais in una pentola capiente con due litri d’acqua salata. Mescoliamo energicamente con una frusta per evitare grumi. Cuociamo a fuoco basso per circa 45 minuti mescolando spesso. Per completare versiamo un filo di olio evo nella polenta quando sarà pronta. Se la vogliamo tagliare a fette la versiamo su un capiente tagliere o in una pirofila in acciaio unta leggermente sul fondo e la lasciamo intiepidire. Infine, tagliamola a fette spesse con un coltello se desideriamo grigliare le fette sulla brace per renderle croccanti. In alternativa la lasciamo nella pentola e la versiamo calda con un mestolo al momento.
Servizio
Disponiamo le fette di polenta sul piatto e adagiamo vicino l’anatra allo spiedo, nappando con il fondo di cottura raccolto. Un piatto rustico e sontuoso, perfetto da servire nelle giornate fredde e nelle domeniche d’autunno.

Anatra-intera-arrostita-con-fette-di-polenta
Scopri i nostri prodotti
Disponibili nella nostra gamma una serie di prodotti di anatre intere, a busto, cosce lavorate o petti rifilati per il settore Ho.Re.Ca. I nostri prodotti a base di anatra sono selezionati, sicuri e pronti all’uso; perfetti per ristoranti, hotel e catering che vogliono offrire alla propria clientela un’esperienza di cucina autentica e raffinata:Anatra
L’halibut (Hippoglossus hippoglossus) è un pesce spettacolare e pregiato, pescato nelle fredde e incontaminate acque della Groenlandia. È, infatti, molto apprezzato nella ristorazione dei mari nordici d’Europa,in Canada e in Alaska, e oggi sta conquistando sempre più spazio anche nella cucina italiana, grazie alle sue straordinarie qualità gastronomiche.
I filetti di halibut bianchi, compatti e delicati, rappresentano quindi, una proposta perfetta per i ristoranti che desiderano distinguersi offrendo un’alternativa di alta qualità, sostenibile e versatile.
Un pesce nobile
L’halibut è uno dei pesci più grandi dell’Atlantico settentrionale. Come la sogliola e la passera è un pesce piatto, ma si distingue per la carne ricca di proteine, povera di grassi e dal sapore delicato, ideale sia per cotture semplici come vapore o griglia, sia per ricette più elaborate.
La faraona ha una carne pregiata che unisce la morbidezza del pollame al sapore più deciso della selvaggina, che permette diverse proposte in cucina. Il busto nazionale è la parte centrale dell’avicolo privo di testa, zampe e completamente pulito. Le carni sono saporite e compatte, perfette sia per ricette tradizionali che per cotture e presentazioni più creative.
Origine, storia e qualità
La faraona è un volatile di origine africana, già conosciuta al tempo dei Greci e dei Romani che la apprezzavano sia per la sua carne saporita che come animale ornamentale nei giardini. Il suo nome ha origine in Egitto, dove veniva associata alla regalità. In seguito, durante il Medioevo, venne importata grazie ai Portoghesi e si diffuse in Europa attraverso vari incroci
In Italia si allevano oggi principalmente la faraona comune e la faraona grigia perlata. La carne magra, leggermente scura, ha un sapore che ricorda un incrocio tra pollo e selvaggina. Oggi è molto apprezzata nella cucina tradizionale italiana e francese.
Quando parliamo di astice, immediatamente si pensa al famoso astice americano, con le sue chele imponenti e la carne dolce e tenera. Ma sapevi che anche in tutto il nostro meraviglioso mar Mediterraneo vive una specie molto pregiata e sempre più apprezzata dagli chef più esigenti? Stiamo parlando dell’astice blu del Mediterraneo o europeo: la specie Homarus Gammarus. Si tratta di un’eccellenza locale tutta da scoprire.In realtà è da considerare un tesoro del mare per la sua eleganza naturale e per il suo sapore inconfondibile che dà valore alla sua polpa in cucina.
Astice blu del Mediterraneo e Astice americano: quali sono le differenze che contano?
Anche se possono sembrare simili a prima vista, l’astice mediterraneo e quello americano (Homarus Americanus) presentano differenze importanti, sia dal punto di vista estetico che gustativo.










