Il Guanciale di suino di Montalcino, chiamato tradizionalmente anche Gota di Montalcino, è uno di questi: un ingrediente autentico, che racconta una terra e il suo modo di intendere la cucina.
Il Guanciale di suino di Montalcino, chiamato tradizionalmente anche Gota di Montalcino, è uno di questi: un ingrediente autentico, che racconta una terra e il suo modo di intendere la cucina.
Il salmone canadese selvaggio Sockeye, conosciuto come salmone rosso, è uno dei protagonisti più apprezzati tra i salmonidi. In mare si distingue per il dorso blu scuro, il ventre argentato e la totale assenza di macchie. Una volta nel piatto, però, è il suo gusto profondo e unico a conquistare chef, ristoratori e appassionati di cucina.
Specie di grande valore commerciale, sostiene un’importante industria ittica in Canada e negli Stati Uniti, diventando un ingrediente ricercato sia per la lavorazione a fresco sia per la produzione di salmone affumicato. Le sue uova, poi, danno vita al celebre “caviale rosso”.
Oncorhynchus nerka: un salmonide che cambia forma e colore
Durante il periodo riproduttivo, i Sockeye assumono una colorazione spettacolare:
- rosso vivo su dorso, fianchi e pinne
- verde scuro sulla testa
I maschi sviluppano il caratteristico profilo arcuato e il “kype”, l’uncino dentato della mascella. Le femmine, invece, mantengono una linea più regolare ma con tonalità altrettanto accese.
Generalmente il peso medio degli esemplari sta tra i 3 e 4 kg, ma alcuni esemplari arrivano fino al metro di lunghezza e a pesare oltre 10 kg. In tutte le sue forme, fresco, surgelato, affumicato il Sockeye rimane sinonimo di qualità di sapore e gusto deciso e di nutrienti.
Una pesca sostenibile dall’Alaska al Canada
Il salmone rosso è una delle specie più importanti per la pesca professionale nel Pacifico. In Alaska, la sua cattura è rigidamente regolamentata e considerata tra le più sostenibili al mondo. La stagione va da maggio a settembre, dal Sud-est dell’Alaska fino alla Baia di Bristol. Amato anche dai pescatori sportivi e dagli amanti delle sue carni il Sockeye è perfetto per chi cerca una carne rossa intensa e un sapore pieno, ideale per crudi e cotture delicate. La sua qualità ha conquistato anche gli affumicatori europei, che lo valorizzano nelle loro migliori selezioni.
Le popolazioni che vivono stabilmente in acque dolci, senza sbocco sul mare, prendono il nome di Sockeye in Alaska, Red Salmon in Canada nella Columbia Britannica e anche in Oregon.
In cucina: gusto unico e versatilità
Per una preparazione semplice e d’effetto, puoi fare dei tagli in diagonale sul filetto di pesce con arancia tagliata a fette, timo e maggiorana fresca, e spennellarlo con un’emulsione di succo d’arancia e olio extravergine di oliva. Una cottura sottovuoto a bassa temperatura garantisce una carne morbida e succosa, lasciando ai grassi del pesce il tempo di sciogliersi dolcemente.
Il filetto già rifilato: praticità senza compromessi
Per chi preferisce una soluzione più veloce, il filetto Sockeye, già rifilato è perfetto. Basta una marinatura con olio evo ed erbe aromatiche, poi una cottura a 50/54°C,sottovuoto per ottenere una carne compatta e sfaldabile. Lo spessore dei filetti va dai 2 cm fino ai 4 cm. e il tempo varia tra i 45 e i 50 minuti circa. Normalmente non serve superare un’ora salvo filetti molto spessi. Alcuni Chef usano mettere anche del burro e delle erbe aromatiche per elevare i profumi e la morbidezza.
Il risultato? Tranci morbidi, aromatici e dal sapore intenso. Alla fine puoi dare una scottata per 30-60 secondi per lato a fuoco alto così la polpa prende un colore più brunito. Ottimi da servire con verdure o con del riso per combinare proteine e carboidrati.
Oggi vi presentiamo una ricetta genuina firmata Checco il Pastaio, artigiano che unisce tradizione e innovazione nella produzione di pasta fresca all’uovo di alta qualità. Lavorazione attenta, ingredienti selezionati e creatività rendono ogni formato un’esperienza capace di soddisfare anche i palati più esigenti.
Quadri di pasta fresca ripieni di erbette di campo con crema di bufala, cicorino ripassato e pomodorini confit
I Quadri di pasta ripieni di erbette di campo nascono dalla tradizione artigianale, unita alla ricerca di sapori autentici e contemporanei. È un piatto che racconta territorio, freschezza e identità: ideale per una carta che vuole distinguersi attraverso ingredienti scelti e preparazioni curate. Perfetto per dare risalto alla qualità della pasta fresca artigianale e offrire ai clienti un’esperienza che profuma di natura, tradizione e creatività.
Il saor è una tecnica di conservazione antica. È un metodo veneziano nato per preservare il pesce. Il saor risale al Trecento e nasce nella Venezia marinara. I pescatori passavano giorni in mare senza refrigerazione. Per questo il saor trasformava una necessità in un piatto unico della tradizione lagunare.
Oggi il saor è un patrimonio gastronomico versatile. È ideale per ristoranti, bacari, osterie e locali moderni. Il saor valorizza la cucina del territorio e ha un forte impatto narrativo.
Le origini del Saor: una tecnica nata per durare
La parola saor significa “sapore”. Infatti, si ottiene friggendo il pesce e marinandolo con cipolle stufate nell’aceto, arricchendole con uvetta e pinoli. Questi ingredienti arrivano dai commerci veneziani con l’Oriente. Questa tecnica era nato per conservare a lungo il pesce. L’aceto rallentava lo sviluppo di batteri e rendeva il piatto più digeribile. La ricetta è documentata già nel Trecento nel Libro per il Cuoco, mentre esistevano varianti simili anche in epoca romana.
Perché il saor nasce nella cucina di mare
La necessità era semplice: il pesce si deteriorava in fretta e i pescatori veneziani, spesso in navigazione per giorni, dovevano trovare un modo per preservarlo.
Friggevano le sarde e le coprivano con la cipolla cotta nell’aceto: l’aceto conservava, e la cipolla dolce e ricca di vitamina C contrastava lo scorbuto e il riposo di 24–48 ore rendeva il piatto più buono.
Era un alimento da viaggio, “cibo di marinai e scorta in terraferma”.
Perché funziona e perché piace ancora oggi?
I piatti che utilizzano questa tecnica di cucina, piacciono perché risultano equilibrati e completi.
I punti di forza:
Marinatura acida: l’acidità dell’aceto rallenta la proliferazione batterica e dona una nota fresca.
Lunga conservazione: il piatto migliora con il tempo: almeno 24 ore di riposo sono considerate obbligatorie.
Sapore complesso: il saor è un equilibrio di gusti tra: dolce della cipolla e uvetta, acido dell’aceto, salato del pesce fritto e aromatico dato dall’ alloro, pepe e spezie orientali.
Un tempo venivano usate molte più spezie, testimonianza della Venezia “porta d’Oriente”.
Versatilità e modernità
Oggi nei locali veneziani si trovano sardine, gamberi, mazzancolle, scampi e sgombri, triglie, sogliole, branzini e orate e tutti i pesci azzurri.
Sono varianti eleganti e leggere.
Opportunità per i ristoratori
Il saor è ideale per i ristoratori perché offre vantaggi concreti:
- Alta resa e costi bassi: il pesce azzurro è economico e gustoso.
- Riduzione degli sprechi: si conserva diversi giorni.
- Storytelling forte: ogni piatto parla di Venezia.
- Servizio semplice: si prepara in anticipo e si serve freddo.
Perfetto per cicchetterie, bar, menù degustazione, catering e ristorazione veloce.
Possibilità di varianti gourmet
Oggi nei locali veneziani — soprattutto bacari e trattorie — si trovano spesso gamberi o mazzancolle in saor, che seguono la stessa tecnica e offrono un’alternativa elegante alle sarde.
Sono perfetti per:
- antipasti raffinati,
- tapas venete,
- buffet di mare,
- cucina contemporanea che vuole unire tradizione e leggerezza.

Perché il saor resta un simbolo veneziano
Il saor è più di una ricetta: è una lezione di cucina intelligente, sostenibile, che racconta la tradizione di un territorio ricco di storia.
Nella ristorazione moderna è un alleato perfetto per valorizzare pesci locali, ottimizzare tempi e costi, e offrire ai clienti un piatto che “profuma di Venezia”.
Per ulteriori informazioni sui nostri prodotti sicuri e di qualità per la tua cucina, contattaci al numero 0422-752551: ti indicheremo il nostro agente di zona, oppure scrivi a marketing@icebergitalia.it. Saremo lieti di risponderti!
La granceola artica, conosciuta anche come granchio delle nevi (Chionoecetes opilio), è uno dei crostacei più apprezzati al mondo. Vive nei fondali freddi dell’oceano Atlantico nord-orientale e del Pacifico settentrionale. In particolare, viene pescata nel mare di Bering e nella baia di Bristol, a ovest dell’Alaska.
Questo crostaceo ha un corpo quasi circolare e piatto, leggermente più largo nella parte posteriore. Le sue cinque paia di zampe, sottili e allungate, ricordano quelle di un ragno. Non a caso, in inglese è chiamato spider crab. Le prime due zampe terminano con robuste chele.
Il colore del carapace varia nel tempo: dal bianco al crema, fino a tonalità più rossicce nelle fasi adulte.
Tra i granchi più ricercati e pregiati troviamo proprio la granceola artica del mare di Bering. I maschi possono raggiungere una taglia importante, fino a 8–10 kg, e vivere fino a 14 anni.
Dal punto di vista biologico esistono sette specie del genere Chionoecetes, ma la Chionoecetes opilio è senza dubbio la più conosciuta e apprezzata in cucina.

Granceola artica
Pesca della granceola artica
La pesca della granceola artica dipende fortemente dalle condizioni meteo-climatiche e dalla formazione dei ghiacci invernali. Le zone di pesca sono lontane dalla costa e le uscite in mare possono durare diverse settimane.
Con l’arrivo dell’inverno cresce la voglia di piatti caldi, avvolgenti e profondamente legati alla tradizione. Nei menù di molti ristoranti italiani stanno così tornando alla ribalta i “tagli poveri”: muscolo, guancia, reale, punta di petto, ossobuco. Tagli un tempo considerati secondari che oggi, grazie alle tecniche moderne, diventano protagonisti di preparazioni intense e memorabili.
In un 2026 sempre più attento a sostenibilità, gusto autentico e razionalizzazione dei costi, queste carni rappresentano una scelta strategica per la ristorazione professionale.
Perché tornano di moda i “tagli poveri”?
Negli ultimi anni molti ristoratori hanno iniziato ad affiancare questi tagli a quelli più nobili, come filetto e controfiletto, per valorizzare parti spesso sottovalutate ma ricchissime di sapore e sorprendentemente versatili.
Le ragioni sono diverse, a partire da un food cost più vantaggioso senza rinunciare alla qualità. I tagli poveri, infatti, hanno un costo più contenuto e offrono un’ottima resa dopo lunghe cotture, permettendo di migliorare i margini pur mantenendo uno standard qualitativo elevato.
Sono inoltre perfetti per la stagione invernale: ideali per brasati, stufati, stracotti e bolliti, quei piatti caldi e confortanti che il cliente ricerca nei mesi più freddi. Non a caso, i tagli poveri sono profondamente legati alla tradizione regionale italiana: Veneto, Piemonte, Lombardia, Emilia e Toscana hanno costruito intere identità culinarie attorno a queste preparazioni.

Ossobuco-di-vitello-con-risotto-allo-zafferano
Le tecniche moderne che li esaltano
Grazie alla cottura sottovuoto a bassa temperatura, al controllo preciso delle temperature e alla rigenerazione professionale, questi tagli garantiscono qualità, resa, costanza e morbidezza. Tempistiche e temperature sono state studiate e collaudate nel tempo, affinate attraverso numerose prove sia con metodi tradizionali sia con tecnologie che migliorano i risultati e semplificano il lavoro degli chef.
I tagli più richiesti nei menù invernali 2026
Guancia di manzo: ricca di collagene, diventa morbida e setosa dopo 6–8 ore di cottura lenta. Ideale con vino rosso, purè cremosi, polenta e radicchio tardivo.
Muscolo bovino: protagonista dei grandi bolliti e dei ragù invernali. Perfetto per piatti di tradizione e per linee di pranzo ad alta rotazione.
Reale e cappello del prete: tagli veneti e piemontesi ideali per brasati eleganti, grazie alla buona marezzatura naturale. Perfetti per menù tipici.
Punta di petto o brisket: caratterizzata da un’ottima succulenza, si presta a preparazioni come pulled beef, terrine calde e cotture a bassa temperatura.
Coppa di suino, spalla e stinco: versatili, economici e di grande resa, si adattano sia a menù moderni sia a preparazioni classiche.
Vantaggi in cucina professionale
Facilità di porzionatura e servizio: la maggior parte dei tagli poveri può essere porzionata in anticipo e rigenerata senza perdere consistenza.
Zero sprechi: il collagene che si scioglie durante la cottura si trasforma in un fondo naturale ricco e brillante, ideale per salse e basi.
Perfetti per menù fissi e grandi numeri: una volta cotti e abbattuti, mantengono una qualità costante anche durante servizi ad alto flusso.
Alta soddisfazione del cliente: un brasato eseguito a regola d’arte comunica cura e tradizione, offrendo una vera soddisfazione per il palato anche con un costo della materia prima contenuto.
Come valorizzarli nel menù:
Per valorizzare i tagli poveri nel menù, ci sono alcuni accorgimenti semplici. Prima di tutto, è utile indicare la razza o la provenienza della carne, ad esempio “brasato di muscolo di bovino nazionale”, così il cliente percepisce subito qualità e attenzione.
Anche i contorni fanno la differenza. Polenta integrale, purè di patate al burro, radicchio di Treviso grigliato, carciofi stufati o cavolo nero seguono la stagionalità e completano il piatto con gusto e colore.
Le salse e le riduzioni, come fondo bruno, vino rosso o birra scura, arricchiscono il sapore e rendono il piatto più equilibrato.
Raccontare come è stato cucinato il piatto aggiunge valore. Dire che la punta di petto è stata cotta a bassa temperatura per otto ore o brasata lentamente in casseruola mostra cura e attenzione.
Infine, proporre porzioni più piccole o un menù degustazione aiuta i clienti a provare i tagli poveri meno conosciuti, trasformando ogni assaggio in una piccola scoperta.
Una tendenza che continuerà nel 2026
La riscoperta dei “tagli poveri” non è una moda passeggera. Risponde infatti a tre esigenze concrete del settore:
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contenere i costi
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valorizzare la tradizione italiana
-
proporre piatti di carattere, memorabili e coerenti con la stagione
Per l’inverno 2026, dare spazio a brasati, stufati e tagli storici significa offrire una cucina autentica e sostenibile: un equilibrio che i clienti apprezzano e che i ristoratori possono gestire con grande vantaggio, anche grazie all’intensità di sapore e profumo che queste preparazioni sanno esprimere.
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Il baccalà alla vicentina è uno dei piatti simbolo del Veneto, ricco di storia, tradizione e gusto. Preparato con lo stoccafisso norvegese delle isole Lofoten, pesce pregiato essiccato al vento e al sole artico, diventa una portata elegante e raffinata, adatta sia alla tavola quotidiana che alle grandi occasioni. La lunga cottura lenta, insieme a cipolle, latte, olio e acciughe, trasforma lo stoccafisso in un capolavoro di morbidezza e sapore.
La pesca nei mari del nord Europa
Conoscete già come nasce lo stoccafisso delle Lofoten? Il protagonista del baccalà alla vicentina è il Gadus morhua, il merluzzo nordico. Viene pescato nei mesi invernali nelle acque fredde e limpide che circondano le isole Lofoten. In questo arcipelago Norvegese famoso per la sua bellezza naturale il pesce raggiunge la sua massima qualità: carni sode e compatte, bianche e dal gusto delicato.
Una volta catturato, il merluzzo viene subito eviscerato, pulito e privato della testa. Non subisce alcuna salatura: la sua trasformazione in stoccafisso avviene grazie a un processo antico e naturale scoperto e immutato da secoli.
I pesci vengono appesi a grandi rastrelliere di legno, chiamate hjell, strutture di essiccazione a ridosso della costa. Qui vengono lasciati essiccare all’aria aperta per circa tre mesi.
Il clima delle isole Lofoten, con il freddo costante, il vento e le correnti marine, sono gli elementi chiave. Essi permettono un’essiccazione lenta e uniforme, senza l’uso di additivi o conservanti. Al termine del processo, il merluzzo perde circa il 70% del suo peso ma concentra tutto il suo sapore e la sua ricchezza nutritiva. Così nasce lo stoccafisso delle Lofoten, alimento prezioso e di lunga conservazione, che da secoli rappresenta un legame profondo tra la Norvegia e le cucine tradizionali italiane, in particolare quella veneta.
Ingredienti per dieci persone
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1 kg di stoccafisso secco delle isole Lofoten (60/80)
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500 g di cipolle bianche
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5 filetti di acciuga sotto sale o sott’olio
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mezzo litro di latte intero
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mezzo bicchiere di olio extravergine d’oliva (più q.b. per condire)
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50 g di grana Padano grattugiato
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Farina bianca q.b.
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Prezzemolo tritato q.b.
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Sale e pepe q.b.
Preparazione
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Ammollo e pulizia : ammollalo per almeno 3 giorni, cambiando l’acqua fredda ogni 6-8 ore. Dopo l’ammollo, sciacqua lo stoccafisso, rimuovi la pelle e le lische, quindi taglialo a tranci regolari ammollato per almeno 3 giorni.
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Preparare il soffritto : affetta finemente le cipolle e falle stufare dolcemente in una padella con poco olio e mezzo bicchiere di acqua fredda. Aggiungi le acciughe e lascia che si sciolgano.
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Infarinare e rosolare: pressa i tranci di stoccafisso nella farina e rosolali velocemente in padella con un filo d’olio evo.
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Disporre in tegame: in una casseruola di coccio o alluminio dal fondo spesso, alterna strati di pesce con il soffritto di cipolla, aggiungendo un pizzico di prezzemolo e una spolverata di grana.
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Condimento e cottura lenta: versa il latte e l’olio rimasto. Il liquido deve coprire il pesce quasi completamente. Aggiusta di sale e pepe.
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Cottura: cuoci a fiamma bassissima per circa quattro ore, senza mai mescolare, ma muovendo solo la casseruola per evitare che si attacchi.
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Servizio: servire ben caldo, con polenta gialla morbida o abbrustolita, l’accompagnamento perfetto. Inoltre puoi servirlo su delle fette di pane casereccio o delle fette di polenta cotta alla piastra.
In conclusione
Il Baccalà alla Vicentina non è solo una ricetta: è un patrimonio gastronomico che racconta secoli di storia, viaggi e scambi tra culture. Viene preparato con lo stoccafisso delle Lofoten e cotto con pazienza secondo la tradizione per portare in tavola un sapore autentico e inconfondibile.
Per i ristoratori, presentare questo piatto significa offrire ai propri clienti non solo una portata ricca e raffinata, ma anche un’esperienza che lega territorio, memoria e qualità. Oggi i turisti sono sempre più attenti a scoprire i sapori identitari delle regioni che visitano, e troveranno nel Baccalà alla Vicentina un’occasione unica per assaporare il Veneto in tutta la sua essenza.
Continuare a cucinarlo e valorizzarlo è un modo per custodire e tramandare una tradizione che, ancora oggi, rimane davvero un grande piatto da signori.

Stoccafisso-Ragno-60/80
Da Iceberg trovi oltre ad un’ampia selezione di pesce surgelato e fresco e anche lo stoccafisso secco: Stoccafisso 60/80
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Dicembre ci regala sapori autentici e ingredienti di stagione, perfetti per creare piatti ricchi di gusto e contrasti equilibrati. Questa ricetta unisce mare e terra in un abbinamento elegante e tipico della nostra regione: calamari alla piastra con radicchio di Treviso e pomodorini al timo. Un piatto semplice e buonissimo, perfetto per stupire i vostri clienti con un tocco gourmet.
Ingredienti per 10 persone
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20 calamari da 10–14 cm (taglia C4)
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2-3 cespi di radicchio di Treviso
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10 pomodorini datterino
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50 g di prezzemolo fresco
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2 rametti di timo fresco
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100 ml di olio extravergine d’oliva
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Sale e pepe q.b.
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30 ml di aceto balsamico
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germogli di daikon per la decorazione
Preparazione
- Pulire i cespi di radicchio di Treviso, tagliarli in otto spicchi, sciacquarli e asciugarli con cura.
- Eliminare pelle, interiora e pennetta. Dalla parte più larga del cappuccio ricavare un anello. Incidere poi il corpo nel senso della lunghezza, ottenendo delle frange e lasciando intatta la parte stretta.
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Incidere il corpo del calamaro nel senso della lunghezza e ricavare delle frange, lasciando intatta la parte più stretta.
- Scaldare una piastra con un filo d’olio e cuocere i calamari per pochi minuti, condendo con un pizzico di sale.
- In una padella antiaderente, saltare il radicchio con poco olio, sale e pepe finché non risulta morbido e leggermente caramellato.
- Inserire le frange di calamaro e un quarto di radicchio all’interno dell’anello ricavato in precedenza. Fissare con uno stecchino per mantenere la forma.
- Tagliare i pomodorini datterino a cubetti e condirli con olio extravergine e timo fresco.
Finitura del piatto
Disporre sul piatto delle frange di calamaro, adagiare sopra la composizione di calamari e radicchio grigliato, e completare con un cucchiaino di pomodoro fresco al timo.
Decorare con gocce di aceto balsamico, un filo d’olio extravergine d’oliva e qualche germoglio di daikon. Servire subito.
Consiglio dello Chef
Questo piatto si abbina perfettamente a un vino bianco secco e aromatico, come un Sauvignon o un Pinot Grigio del Veneto, che esaltano il sapore dolce-salino dei calamari e le note amarognole del radicchio.
Calamari C4 Patagonia

Ottimi calamari pescati con reti da traino in zona Fao 41 in Atlantico: ottimi per preparare antipasti, primi e secondi piatti.
Il prodotto va scongelato e pulito come il fresco; si possono fare ripieni con patate e olive, al sugo di pomodoro con capperi e melanzane o squisiti alla griglia. Inoltre, se preferite tagliarli sono golosi fritti e rimangono teneri e delicati. Si adattano a svariate preparazioni poichè il prodotto naturale può essere lavorato a piacere; considerate che serve una cottura delicata per apprezzare i CALAMARI
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Novembre è arrivato e nelle campagne venete, la tradizione vuole trasportarci in un clima caratterizzato da profumi intensi e tavole addobbate di piatti regionali che scaldano lo spirito.
Di sicuro uno dei piatti tradizionali più amati è senza dubbio l’anatra cotta allo spiedo sulla brace. Di solito viene servita con la polenta gialla a fette e un contorno di funghi chiodini fumanti. Una preparazione antica, che unisce il sapore deciso della carne all’affumicatura leggera e irresistibile della cottura lenta sul fuoco vivo.
L’anatra
Per questa preparazione la scelta dell’anatra è fondamentale. In Veneto di solito si usa l’anatra muta , detta anche “barbagianni”, una razza rustica con carne saporita e meno grassa rispetto all’anatra di Pechino. La sua carne compatta è ideale per una cottura lunga e lenta allo spiedo e mantiene un gusto intenso ed equilibrato. Importante è che l’anatra sia di medie dimensioni sui 2,5 kg così la cottura rimane uniforme e la carne non si asciuga.
La cottura allo spiedo
Prepariamo la carne che nel nostro caso sarà decongelata in frigo dal giorno prima. Insaporiamo la carne con un trito misto che abbiamo preparato con sale grosso pestato, pepe fresco, rosmarino e timo sminuzzati.
lo cospargiamo delicatamente all’interno e ungiamo le pareti massaggiandole con un velo di olio evo. Farciamo la pancia con delle foglie di alloro e dei rametti di rosmarino fresco e qualche foglia di salvia e se vi piace uno spicchio d’aglio schiacciati. Infine leghiamo le zampe con dello spago da cucina per mantenerla unita durante la cottura.
Di seguito infilziamo nello spiedo l’anatra o più anatre in base alle nostre esigenze. Quando la brace sarà ben calda ma non esagerata iniziamo la cottura sul nostro girarrosto che girerà lentamente. Indicativamente il tempo di cottura si aggira sulle due ore per una pezzatura sui 2,5 kg. La pelle deve diventare croccante, invece la carne dentro dovrà rimanere morbida e bella succosa. Durante la cottura mettiamo un contenitore per raccogliere i grassi e i succhi che colano mentre si arrostisce. Usiamo il grasso colato per ungerla con un pennello per mantenerla più idratata e morbida.
Prepariamo la polenta
Per tradizione cuociamo la polenta nella ricetta classica. Versiamo a pioggia la farina di mais in una pentola capiente con due litri d’acqua salata. Mescoliamo energicamente con una frusta per evitare grumi. Cuociamo a fuoco basso per circa 45 minuti mescolando spesso. Per completare versiamo un filo di olio evo nella polenta quando sarà pronta. Se la vogliamo tagliare a fette la versiamo su un capiente tagliere o in una pirofila in acciaio unta leggermente sul fondo e la lasciamo intiepidire. Infine, tagliamola a fette spesse con un coltello se desideriamo grigliare le fette sulla brace per renderle croccanti. In alternativa la lasciamo nella pentola e la versiamo calda con un mestolo al momento.
Servizio
Disponiamo le fette di polenta sul piatto e adagiamo vicino l’anatra allo spiedo, nappando con il fondo di cottura raccolto. Un piatto rustico e sontuoso, perfetto da servire nelle giornate fredde e nelle domeniche d’autunno.

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Disponibili nella nostra gamma una serie di prodotti di anatre intere, a busto, cosce lavorate o petti rifilati per il settore Ho.Re.Ca. I nostri prodotti a base di anatra sono selezionati, sicuri e pronti all’uso; perfetti per ristoranti, hotel e catering che vogliono offrire alla propria clientela un’esperienza di cucina autentica e raffinata:Anatra
Surgelazione e congelamento: spesso questi due termini vengono confusi, ma in realtà indicano processi molto diversi. Capire la differenza è fondamentale per comprendere come cambia la qualità degli alimenti. Oggi, grazie alle moderne tecnologie, la conservazione degli alimenti surgelati ha raggiunto livelli altissimi, garantendo freschezza e sicurezza come mai prima.
La differenza tra surgelazione e congelamento:
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La surgelazione
La surgelazione è un processo rapido che avviene a temperature molto basse, comprese tra -30°C e -90°C, a seconda dell’impianto. La velocità di raffreddamento crea micro-cristalli di ghiaccio che non danneggiano le cellule dell’alimento.
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Il congelamento
Il congelamento è un processo più lento, in genere superiore alle due ore, che avviene a temperature comprese tra -18°C e -25°C. In questo caso si formano macro-cristalli che possono rompere le cellule e causare la perdita di liquidi e consistenza durante lo scongelamento. Esempio pratico: se congeli una fragola nel freezer di casa, al momento dello scongelamento risulterà meno soda e acquosa. Con la surgelazione rapida invece manterrà forma, sapore e consistenza quasi identici al fresco.
Tecniche moderne per alzare la qualità
Nella distribuzione alimentare e nella ristorazione, la corretta conservazione è un fattore chiave che garantisce qualità, gusto e sicurezza igienica.










